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IL BRIGANTAGGIO AD AGEROLA
Nel 1529 si affermò il dominio Spagnolo che la fortificò contro le scorrerie Turche, costruendo torri di avvistamento lungo i litorali, castelli, porti fortificati ed armati. L'oppressione delle tasse portò alla povertà queste genti normalmente dedite all'agricoltura, alla pastorizia ed alla pesca; da ciò scaturirono le prime insurrezioni quando anche a Napoli nel 1647 scoppiarono le rivolte. Si diffuse il brigantaggio, la peste seminò la morte in ogni luogo. Questo periodo di dominazione spagnolo ebbe valenza nell'arte perché seppe diffondere il barocco.
Il Brigantaggio è una forma di banditismo caratteristica delle situazioni di instabilità sociale e politica. Già presente nel mondo romano nella tarda età repubblicana e, più accentuato, nel basso impero, si manifestò in forma virulenta con la crisi finale del feudalesimo. In Germania tra Quattrocento e Cinquecento ne furono promotori spesso la piccola feudalità e i cavalieri. Intorno al XVI secolo in Campania, Abruzzo e Calabria si diedero al brigantaggio contadini angariati dal fisco e dai baroni.
Fu fenomeno endemico, dal 1600 secolo, nei domini ottomani, soprattutto in Albania. Nel Mezzogiorno d'Italia si ripresentò tra l'inizio del 1600 e metà dell'Ottocento in un intreccio di motivazioni sociali (la rivolta dei contadini contro i "galantuomini"), nazionali, religiose e politiche. Represso duramente, sotto Murat, dal generale Manhès, ricomparve con caratteristiche di massa dopo l'unificazione italiana, quale espressione del disagio dei contadini poveri.
Il Brigantaggio anche nel Lazio del XVI sec. ha dato un gran da fare, infatti, il bandito Marco Sciarra, proveniente dall’Abruzzo, dove possedeva un castello, scorrazzò per queste zone associato ad un altro delinquente, tale Angelo Ferro. Sciarra disponeva di un piccolo esercito valutato in circa mille uomini, tra le sue imprese spicca quella avvenuta a Fondi dove mise a ferro e fuoco il castello Acquaviva.
Il Ferro, si dice, dovette ritenersi un miracolato perché per intercessione della Madonna della Civita, smise l'attività malavitosa e si arruolò nelle file di Filippo II impegnato a combattere nelle Fiandre. Marco Sciarra continuò invece a razziare e ad uccidere nelle zone che oggi vanno dal sud pontino fino alla penisola sorrentina. Si stabilì ad Itri, dove pose il suo quartier generale nel castello che domina la città, taglieggiando i viaggiatori che transitavano per la Via Appia. Il più illustre tra questi fu Torquato Tasso, riconosciuto dal bandito si racconta, fu fatto proseguire senza che gli fosse recato danno.
Il 15 febbraio 1798 nasceva la Repubblica Romana, ma un certo malessere serpeggiava tra la popolazione laziale che non gradiva l’avvento dei nuovi padroni. Non passò molto che si verificarono focolai di rivolta contro le nuove leggi della neonata Repubblica; una rivolta che cagionò diecine di morti. La repressione da parte dell’esercito francese fu durissima, iniziò da Roma e si estese alle zone del frusinate fino ad arrivare in Terra di Lavoro. Furono trucidati centinaia di persone e dei loro corpi fu fatto scempio. Il 18 gennaio del 1799 Itri fu teatro dell’uccisione di sessanta dei suoi figli, tra questi Francesco Pezza padre di Michele, alias Fra Diavolo; il paese in questa circostanza subì saccheggi e violenze, fu messa a fuoco, molti perirono tra le mura delle loro case impossibilitati a fuggire. Gli atti di morte di quel periodo si trovano trascritti presso le parrocchie di S.Maria in Piazza Annunziata e in quella di S. Michele Arcangelo ubicata nel centro storico d’Itri.
La causa "Sanfedista" capeggiata dal cardinale Ruffo animò le popolazioni del sud per cacciare gli invasori da quelle terre. Rispondendo all’appello di Ruffo, si arruolarono bande di disperati e capi massa d'ogni sorta, in Calabria come in Basilicata, decisi a ricacciare i francesi e a riportare sul trono di Napoli Ferdinando IV. La Campania non rimase estranea agli avvenimenti e in particolar modo la Terra di Lavoro (Caserta).
Qui stabilì il quartier generale Michele Pezza, al secolo Fra’ Diavolo, personaggio che si discosta dalla figura tradizionale brigante. Fu accusato di due omicidi, le cause che lo avevano spinto alla macchia, nulla avevano a che vedere con il brigantaggio.Fu solo per amore che dovette vivere nascosto per qualche tempo, prima di essere graziato e arruolato come regolare nell’esercito borbonico.
Di quel periodo non vi è traccia di sue azioni banditesche nei rapporti di polizia. Le notizie sulla vita del più famoso "chef de brigands" com’era chiamato da Giuseppe Bonaparte re di Napoli, pur rivestendo i gradi di colonnello dell’esercito borbonico. Non fu da meno Pietro Colletta (storico e politico) ufficiale borbonico, esonerato dall'incarico perché aderì alla Repubblica Napoletana. Nelle pagine del periodico bi-settimanale il "Monitore Napoletano", organo ufficiale della Repubblica, fondato da Eleonora Fonseca, pubblicato nel periodo febbraio-giugno '99, è definito: "Assassino, capo di assassini, infame e colpevole".
Agli inizi ci fu un movimento insurrezionale contro i francesi per i massacri che si verificarono in Campania e Basilicata dove le truppe napoleoniche uccisero, depredarono tutto ciò che aveva un minimo di valore, profanarono luoghi sacri cari alla gente. Fu reso legale poi, dal movimento "Sanfedista", che travolse la breve esistenza della "Repubblica Napoletana". Anche in quell’occasione, si verificarono massacri ed uccisioni di francesi e loro simpatizzanti. La "Restaurazione", diede una parvenza di legalità a banditi, che si resero colpevoli dei più efferati delitti; giustizieri in proprio, in una situazione politica di difficile interpretazione.
Ma i francesi ritornarono nuovamente a Napoli, prima con il re Giuseppe Bonaparte e successivamente nel 1808 con Gioacchino Murat. In quel periodo bande di briganti si attestarono tra i monti del basso Lazio. La zona che andava tra "Portella e l'Epitaffio", considerata "terra di nessuno", divenne il luogo preferito dei briganti che passavano con facilità da uno stato all'altro sfuggendo ai rispettivi gendarmi. Il confino dello Stato Pontificio risaliva all'anno 1000, come è riportato nella Bolla di Papa Silvestro II, al secolo Gerberto di Aurillac. Il fortilizio dell’Epitaffio è così chiamato per una lapide fatta apporre dal viceré di Napoli Perafan de Ribera, nel 1568; era un invito rivolto ai viaggiatori che entravano nel Regno i Napoli a comportarsi in modo amichevole.
Il brigantaggio post risorgimentale iniziato nel 1860 storicamente si è concluso alla fine del 1865, anche se rigurgiti si ebbero fino al 1871. Giuseppe Miozzi, però, nel volume "I carabinieri nella repressione del brigantaggio - ed. Funghi-1923-Firenze", divide quel periodo in due parti: "[...] fino al 1863 il brigantaggio politico, quello di delinquenza ordinaria fino al 1870". Il brigantaggio successivo all’Unità d’Italia è considerato da alcuni storici come movimento di lotta sociale. La vendita dei terreni del demanio ai benestanti in parte del nord, unica risorsa dei contadini del sud, influì ad aggravare il malcontento dei meno abbienti. La delusione fu tanta per coloro che avevano riposto fiducia nell’impresa garibaldina di poter occupare le terre demaniali. Si creò una situazione di malcontento della gente del sud, sul quale pesava anche la crisi economica dello Stato Sabaudo. Il pagamento di nuove tasse, quasi triplicate, rispetto a quelle imposte dai Borboni spinsero i più violenti tra i contadini a ribellarsi. La leva militare obbligatoria portò tanti a fuggire sui monti per sottrarsi all’obbligo di legge.
Nel 1863 ad
Agerola, il brigantaggio riprese pienamente nella forma
organizzativa.
Contro l'imperversare dei briganti operarono ad Agerola i Carabinieri, un reparto del 7° Fanteria, rinforzi mobili e la Guardia Nazionale. Nonostante questo dispiegamento di forze antirepressive, la situazione diveniva sempre più insostenibile.
Ed allora un nostro concittadino, don Gennaro Avitabile, Commissario Straordinario al Comune, si pose coraggiosamente a capo della Guardia Nazionale ed insegui alcuni briganti. L'impresa non falli perchè i suoi commilitoni furono all'altezza della situazione.
La Guardia Felice Coccia si merito sul campo la Medaglia d' Argento al valore. Nel 1864 il brigantaggio alzò il tiro e sequestro in località S. Croce il marchese Stanislao del Tufo, in viaggio verso Agerola assieme ad altre persone. La liberazione del sequestrato avvenne soltanto dopo qualche giorno.
Proporre un corso di storia sul fenomeno del brigantaggio appare, oggi, ancora utile, per rileggere e comprendere più a fondo le origini della nostra arretratezza economica. Questo non solo e non tanto al fine di individuare come cause responsabilità politiche e discutibili strategie economiche, quanto al fine di rinvenire anche nel nostro presente quei segni di rinascita culturale che alimenta le scelte di tanti onesti uomini e donne del Sud. “Il Sud, terra di briganti” non è quindi più un marchio infamante, ma in uno scenario intellettualmente cambiato, è un segno “forte” di appartenenza, una traccia della memoria.
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